Buonasera a tutti voi ,

ringrazio in primo luogo le artiste

Daria Caverzasio Hug e Paola Mongelli,

entrambe espongono fotografia, elaborati scatti fotografici stampati in digitale su carta di cotone e inchiostri ai pigmenti. Preziose immagini con un accezione lirica-poetica e sottilmente filosofica.

Paola Mongelli espone anche dei suoi disegni-autoritratti, espressivi; segni tra automatismo e frottage, delicatamente svolti con l'occhio buio come lei titola le sue carte.

Ringrazio Luisa Castellani soprano storico, a cui fra un momento dedicheremo del silenzio per ascoltare la sua sottile e potente voce, i suoni in sala sono di sua esecuzioni; un breve brano di Giacinto Scelsi CKCKC di 3' e una SEQUENZA III di Luciano Berio di 8 minuti.

Luisa le connota dicendo: sono una sovrapposizioni di istanti musicali perfettamente in dialogo con la sensibilità in sala.

 

Prenderà la parola a seguire e lo ringrazio, Gilberto Isella che presenterà l'esposizione curata dalla sottoscritta:

ANICCA - DANZA CREATURALE.

Avremo per concludere una lettura della poesia " IMPASSIRE "dal sapore surrealistico il suo titolo e sulla impermanenza il flusso delle cadenzate parole, di Andrea Balzola,

lui, Gilberto Isella e Marino Cattaneo sono presenti in sala con un testo poetico nato appositamente attorno al tema del "Passo"

... SIA PASSO una plaquette quasi nata tra noi sei, edita areapangeart; che presenteremo il 6 aprile... e ringrazio i cinque compagni di ventura per la fiducia ripostami... E sono a mia volta presente ed espongo questa volta tutte pagine calcografiche... Vorrebbero le mie strisce, condurvi in una sorta di "museo naturale" dove le anime ... o animali- Lì stanno a ricordarci il passo breve che da messaggeri divengono guardia dell'istante; e ci segnalano il nesso che andiamo a perdere di creature danzanti.

 

Ora dieci minuti per ascoltare i suoni in sala

e a seguire e ringrazio di cuore, Gilberto Isella

 

 

successivamente e per concludere Luisa Castellani che presta la sua voce anche a Andrea Balzola, che ringrazio per la sua presenza pregnante.  grazie Lore

Presentazione ANICCA

a cura di Gilberto Isella



Questa mostra vorrebbe gettare un ponte tra Occidente e Oriente, all’insegna di un concetto-chiave della filosofia indiana, in base alla quale nell’universo tutto muta e si trasforma, mosso dall’energia divina. Un’idea già operativa nei testi vedici, e che il buddhismo, da parte sua, svilupperà creando la parola Anitia o Anicca – la lettera /a/ è privativa – col significato di “impermanenza” o “incostanza”. Anicca va poi messa in relazione con due altri stati esistenziali: Dukkha, ossia il soffrire causato dalla resistenza al cambiamento, e Anatta, che denomina l’inconcepibilità di un io o di un essere immoti. Occorre insomma intendere la vita come un flusso inarrestabile.

Il greco Eraclito sembra essere l’erede di questi principi basilari, se il suo panta rhei ha ancora un senso per noi. Lucrezio, dopo i presocratici, parlerà di atomi che rimbalzano tra loro, dando origine all’incessante variare dei corpi e delle forme. Così si legge in De rerum natura: “Ricorda che nell’intero universo i corpi primi non hanno dove posare, poiché lo spazio è senza fine e misura”. Secondo le parole del Buddha, la percezione dell’impermanenza, detta bhikkhu, conduce tra l’altro all’annullamento dell’”io sono”, da considerare perciò un costrutto illusorio, mentre nel nostro razionalismo cartesiano rappresenta un’ipostasi irriducibile.

L’alternarsi degli stati dell’essere, tema dominante, trova la sua rappresentazione più icastica nella danza cosmica eseguita dal dio Shiva, all’interno di un cerchio di fiamme. Questa danza esprime in gesti solenni il succedersi dei cicli relativi alla vita cosmica – creazione, morte e rinascita - che si rispecchiano nel mondo umano animale e vegetale, per essenza karmico. Brahmanesimo e buddhismo utilizzano al proposito il termine samsara, il quale più tardi servirà a designare il mondo solo in quanto realtà “inautentica, insostanziale”. Il buddhismo tantrico parlerà di “ruota del tempo” o kalachakra, concetto presumibilmente conosciuto dai Veda.

Ma torniamo a Shiva. Simulando il movimento ciclico, e confermando l’interrelazione tra fenomeni solo in apparenza dissimili, come mutamento e ripetizione, Shiva si avvale di un numero straordinario di braccia: sillabe di un linguaggio che celebra la totalità, strumenti simbolici volti a far fluire l’esistente. Toccherà all’arte dare forme visibili a tale processo, ma non si dimentichi che l’arte, nell’induismo e nel buddhismo, travalica il dato estetico, poiché essa si pratica soprattutto per accompagnare un iter spirituale chiamato marga, cioè sentiero.

Sembra doveroso precisare che, refrattario com’è ai dogmi e ai canoni cristallizzati, quando non sfocia apertamente nel mito e nella narrazione poematica, il pensiero indiano s’impone in virtù delle sue variabili distribuite nel tempo, quindi soggette a interpretazioni tutt’altro che omogenee, come dimostrano le numerose scuole, perfino gli ashram disseminati nel mondo induista, jainista o buddhista. Il concetto di Anicca, per esempio, andrebbe integrato con quello di intervallo, o Antarala. L’intervallo tra un ciclo cosmico e l’altro, che può corrispondere a un periodo di dissoluzione, stasi o latenza temporanea chiamato mahapralaya. Un differire-attendere anche sereno e gratificante in taluni casi, non dissimile da quello che si verifica nella musica – raga o canto carnatico che sia – dove il valore delle note sta soprattutto nel loro vibrare entro una grande sfera di modulazioni costantemente in divenire, sotto l’influsso dell’armonia celeste.



Veniamo ora alla mostra di Areapageart, che, proprio in sintonia con Anicca seppure con strumenti aggiornati, s’ispira liberamente al movimento, alla trasformazione e non da ultimo alla serie. Denominatore comune è la temporalità, declinata secondo l’estro del singolo artista. Ma anche la fisiologia in senso ampio ha la sua parte, come studio e rappresentazione della physis o natura. Paul Valéry sostiene che “quando si pensa alla fisiologia, si pensa a a un meccanismo vivente”. Tutto, qui, è infatti al servizio di un organismo vivente carico di emozioni e illuminazioni. “In Nomine Lucis”, direbbe il compositore Giacinto Scelsi, sempre attento come è noto alla cultura extraeuropea. In scena sono Daria Caverzasio, Paola Mongelli e Loredana Müller. Una trimurti al femminile (per usare il termine sanscrito), che intende tra l’altro rendere omaggio a quell’”amore profondo” che anima la danza delle creature. Deeplove, infatti, è il titolo di un’opera della stessa Mongelli.

Vorrei partire proprio da lei e dalla sua sequenza armoniosa incentrata sul contrasto primario ombra-luce, sotto forma di una crescente tensione dialettica tra due colori: rosso e nero. Il rosso, ossia la luminosità a tutto campo di una passione all’inizio trattenuta, prevarrà infine su un nero dove era facile ipotizzare i tratti oscuri dell’inconscio trasferiti sul corpo del soggetto. La carica energetica di partenza - quella di un unico occhio che esplora – vien distribuita gradualmente in una pluralità di riquadri, ognuno dei quali isola un punto preciso del passaggio, una postura provvisoria. Si documenta così il substrato emozionale che a poco a poco si svela, attraverso una miniaturizzazione spaziale del bergsoniano èlan vital. La tecnica è simile a quella impiegata nelle ricerche precinematografiche. Paola, da fotografa esperta e informata, rifà a modo suo l’esperienza di Marey, pioniere del cinema, il fisiologo francese che ricorse alla fotografia per rappresentare il mutamento spaziotemporale degli oggetti, anticipando le esperienze novecentesche, ad esempio i quadri dinamici del futurista Balla. Ma Paola ha molte altre frecce al suo arco: in particolare disegni, tipo gli autoritratti ‘sfrangiati’ alla Giacometti. Nel duplice body and soul colpisce lo stretto rapporto istituito tra legno, elemento da riportare alla greca hylé, nel senso di materia informe - vedi il lemma spagnolo madera per legno - e corpo umano. Abbiamo a che fare con la sostanza che accede alla forma e al significato, un processo dove il punto di raccordo è spesso incarnato dall’albero, in virtù del suo simbolismo antropomorfico, come attesta ad esempio il mito ovidiano di Dafne. Ciò si verifica in modo quasi paradigmatico nella foto a vocazione scultorea raffigurante l’uomo-tronco. È l’uomo imperfetto o impedito che rivive una impasse dei primordi, vale a dire la difficoltà di risolvere l’opposizione tra stasi e movimento, tra stato vegetativo e compiuta umanizzazione. In un’altra foto il personaggio, in cui si adombra l’io autoriale, è sistemato infatti between, tra due alberi, come se si trovasse davanti a un bivio senza poter scegliere la strada migliore.

Ora passo a Daria Caverzasio, che nell’esercizio fotografico presenta, ma solo in un caso specifico, qualche affinità con gli stilemi di Paola. Mi riferisco alla foto-installazione di quest’ultima rappresentante una fiamma di candela simile a un fiore. I bagliori fotografici di Daria sono pervasi di incanto malinconico. Sfolgorii di luce visitati dai luoghi della perdita, nostalgici in certo qual modo, cui fa da contrappeso sublimatorio la quête di una emblematicità per certi versi trascendentale, che si manifesta talvolta grazie a un fiore fortemente idealizzato. Non inganni perciò il discreto realismo di partenza. Da luoghi inabissati della memoria, magari da quel continente perduto chiamato in sanscrito Gondwana, sembrano provenire le figurazioni di Daria. Qui la luce, una luce non di rado circonfusa d’oscurità per splendere meglio, alla maniera di Georges La Tour, ci lascia intravedere fondali remoti di mitica purezza, destinati tuttavia al declino, come suggerirebbero appunto le zone buie. Il pensiero va a Rilke, certo – al suo fiore che sfiorendo ci invita ad accettare l’effimero in vista di una meta più alta, ossia l’arte - ma anche al Mallarmé dei seguenti versi: “Il vergine, il vibrante e il bell’oggi/ questo duro lago dimenticato, ci squarcerà/ con un battito d’ali ubriaco”. Battiti d’ali, petali di orchidee oniriche a guisa di farfalle. Entità in procinto di staccarsi da terra, ma in realtà caduche. Si tratta in sostanza di oggetti-fantasma transeunti, se è vero che la fotografia è un’eccellente macchina per fantasmi. Innalzando il suo lungo pistillo, uno dei fiori ricorda la sagoma di quel cigno mallarméano che “si libra magnifico ma senza speranza”, poiché ormai spettrale. Un’ultima nota: il microscenario luminoso che ci accoglie è movimentato da pieghe e risvolti, indotti dalla morfologia floreale. Come se una lontana eco della sensibilità barocca si facesse avvertire. Scrive Gilles Deleuze: “Il Barocco avvolge e riavvolge le pieghe, le spinge all’infinito”. Tra queste pieghe, osserva poi il filosofo, prendono risalto le pieghe dell’anima. Della stessa natura animica, non ho dubbi, sono anche i ripiegamenti (quasi respiri) dei fiori proposti da Daria.

 

Differenti le coordinate compositive di Loredana Müller. Nei suoi lavori Loredana privilegia la tecnica dell’incisione in svariate modalità. Opere che danno vita a un personalissimo universo vivente dominato dalla figura animale, colta con amore sebbene senza patemi, caso mai con spirito interrogativo e inquieto, magari nell’ordine del freudiano unheimlich, vale a dire il non-familiare. Quando eccezionalmente entra in scena, l’uomo appare in guisa di essere fluttuante, a uno stadio amebico si direbbe, proiettato in spazi indefiniti ma allusivi. Vedi quelle sagome minute che occhieggiano al celebre tuffatore di Paestum. Sono tuffatori o nuotatori iperstilizzati, girini che guizzano. Oppure si tratta di un unico corpicino moltiplicato, con l’effetto di simulare il moto entro una supposta biosfera che di riquadro in riquadro muta colore, ma soltanto per replicarlo altrove. Le medesime forme si riproducono quasi inalterate. Come dire che ogni cambiamento deve fare i conti con le leggi della ripetizione. Uno stato bio-fisiologico, oltre che cosmico, è quello che emerge in definitiva da questi lavori seriali, denominati dall’artista “strisce”. Troviamo ad esempio, speculare allo scenario visto sopra, un altro gremito di conigli tra loro simili, diversificati solo per luce e colore. Ne incontreremo poi uno con pesci-uccelli, che fanno ressa forse in vista di popolare l’universo. Spiccano figure ispirate al selvaggio, al primario, nel segno della presenza-assenza e forse anche del totemico. Hanno il ruolo di suscitare un timore sacro e disorientante, qui documentato in modo netto attraverso la striscia dedicata ai sauri. L’irrequieta torsione del corpo, posta in evidenza da Loredana, valorizza tuttavia sottotraccia i tratti ‘nobili’ del serpente, la cui motilità corporea è indizio di intelligenza e fiuto primigeni. Dalla biblica serpe edenica a Kundalini e al Nāga, uomo-rettile caro all’induismo, ritenuto simbolo di saggezza. Distribuita com’è su fondi oscuri, una parte del bestiario sembra irrompere da incisioni rupestri, a testimonianza del tributo offerto dall’uomo alla sacralità arcaica. Loredana ci offre gli arabeschi moderni di questo scenario preistorico.