Barbara Paltenghi Malacrida

 

 

Di acqua, polvere e vento.

 

Penelope M. Mackworth-Praed, The innumerable sunsets and shores of time


Ad ogni soffio minimo, o scarto di vento, il tessuto a maglie irregolari di metallo sottile cambia la propria densità: il movimento cattura negli occhi di chi osserva i contorni di un profilo che ad ogni sussulto si confonde e si trasforma, si apre e si richiude, avanza e poi arretra, come un’onda che sulla riva avvolge la spiaggia di acqua confusa e poi si distende trasparente. Il profilo, uno tra i tanti che nello spazio fluttuano leggeri, pare seguire in proporzioni ridotte il volume di una grande pietra, ritrovata da Penelope M. Mackworth-Praed sulle sponde del lago Maggiore: un sasso dalla stratigrafia evidente, proveniente da chissà quali profondità o sommità del globo, che costituisce l’embrione concettuale e fisico dell’intero progetto artistico.

Ma da quella stessa riva, altre sagome si affacciano a specchiarsi sul lago: sono i tramonti, le nubi, i raggi del giorno che si allargano sull’orizzonte. The innumerable sunsets and shores of time si palesano così in ulteriori sagome metalliche colorate dal sole che si innalzano in volo sopra alla grande madre pietra come piccoli satelliti attorno al pianeta di riferimento. Un pulviscolo dinamico, reticolare e zoomorfo: un’inedita costellazione cosmica che si dirama e si dipana, questa volta come un flutto senz’acqua, come un’onda sonora. La preziosa musica composta da Paul Glass e scelta per l’occasione (Corale per Margaret II, 2004) si diffonde con lo stesso andamento, e accompagna le forme sospese e quelle giacenti in una convergenza che rivela la totale assonanza creativa al linguaggio prescelto.

La geografia di un territorio ritrovato si riconosce in ogni dettaglio dell’installazione secondo prospettive che non raccontano soltanto di luoghi naturali ma, soprattutto, del loro riflesso interiore e delle dinamiche emozionali che sottendono il nostro vissuto e il nostro appartenervi. Come quando da bambini lanciavamo i sassi a pelo d’acqua contandone i rimbalzi, e il fascino di quel gesto semplice si caricava di altre aspettative: la velocità con cui la pietrina colpiva la superficie, la delusione nel vederla affondare troppo presto, il moto rotatorio che riuscivamo a imprimervi, il suono ogni volta diverso. E dopo ogni lancio, le piccole onde rotonde che nascevano e piano piano si appiattivano innescavano il desiderio di un nuovo tiro, di nuova polvere sulle mani. Così agisce l’installazione di Mackworth-Praed, la cui struttura non intende ricostruire poeticamente un ambiente vissuto ma descriverne e tramandarne i contenuti sentimentali. Se al centro vi è l’artista stessa e le sue esperienze personali, l’atmosfera ricreata raccoglie, necessariamente, anche le memorie collettive di ognuno di noi.

In astronomia, si definisce tramonto l’istante preciso in cui un astro scompare sotto l’orizzonte. Eppure chiamiamo tramonto un periodo ben più lungo al di là di quel momento, perché gli strascichi di colore che i raggi consegnano al cielo sembrano congelarlo, il tempo. The innumerable sunsets and shores of time, se da un lato si riallacciano alla trascorsa produzione di Mackworth-Praed nell’essere proiezione mobile e mutevole di un sistema esistente, dall’altro ne ampliano la prospettiva con un nuovo senso gravitazionale. Le visioni siderali delle sculture precedenti lasciano il posto all’eco di acqua, polvere e vento. Lo sguardo dilatato si inchina verso quella terra che, seppur fugacemente, ci accoglie.

 

 

Di miti, muschi e lapilli.

 

Loredana Müller, Mitologema


Nelle carte che Loredana Müller ha intitolato Mitologema l’amalgama cromatico, frutto di una notevole ricerca nell’ambito minerale e vegetale, si aggrappa al supporto cartaceo come le incrostazioni sulle conchiglie. E come le incrostazioni modificano la struttura dei gusci, anche la carta si increspa e si corruga. Le forme scaturite, spesso sferiche, paiono quasi galleggiare sulla superficie liquida da cui sono state generate: come ovuli, o cellule, o piccole stelle luminose in una galassia sconosciuta, o frutti di un giardino che dalla terra si sollevano e poi si schiudono. Segnano una nascita, un’origine: i margini impuri ricordano le visioni al microscopio dei frammenti biologici, le sfumature tonali dell’ocra, del marrone, del verde e dell’azzurro ne celebrano la matrice ambientale.

È fertile questo humus, quest’acqua primordiale: in alcuni fogli le sagome sembrano riprodursi in nuovi e duplici contorni, o moltiplicarsi generando ombre sommerse e porzioni trattenute; in altri si ancorano come magma o come muschio; in altri ancora emergono dalla superficie scura e terrosa come funghi dopo una notte umida. Su ogni pagina la scelta dei colori induce ad associazioni simboliche e visive a tal punto attinenti da conferirne un’identità quasi scientifica: rossicci saranno lapilli, verdastri i tappeti erbosi, gialle le superfici spugnose delle stelle, color della terra i frutti dell’orto, azzurri i riflessi di organismi planctonici.

Le opere di Loredana Müller inducono a una ricerca visiva di verosimiglianza: forse perché strutturalmente relazionabili al dominio organico, o forse perché originate da una sperimentazione manuale sui materiali (che comprende sia supporti sia pigmenti), o forse perché i multipli passaggi incisori con la tecnica dell’acquaforte lasciano tracce che confondono e scompaginano il racconto senza illustrarlo. E questa distanza dalla rappresentazione mimetica è lo spazio mentale nel quale la visione si reinventa attraverso l’interpretazione di chi guarda.

La tensione materica ci riporta alla natura anche in quanto sapiente mescolanza di ordine e caos. Se il caos è l’elemento fondante per antonomasia e il cosiddetto “equilibrio della natura” un concetto ormai oggi superato, e fuorviante, le pagine stampate mostrano l’inatteso attraverso la concretezza di un segno che non può prescindere dal rigore di una manualità accorta. Il titolo scelto per questa serie, che comprende anche libri d’artista in edizione limitata, alludendo a un nucleo originario da cui altre entità sarebbero derivate, non soltanto riferisce la volontà di sviluppare un’idea iconografica ancestrale ma ne indica la genesi, le radici.

Mitologema è una serie composita di derivazione, nella quale ritrovare un cosmo oggettivo, una testimonianza tangibile, tridimensionale. Vien voglia di toccarle le increspature di queste carte, sentire con altri sensi ciò che le mani dell’artista hanno macinato, miscelato, impresso, come già si faceva secoli fa, come già il Cennini, nel suo celebre trattato, raccontava con perizia e trasporto. Per ritrovare nei gesti antichi l’origine del saper fare.


 

Barbara Paltenghi Malacrida

lunedì 14 marzo ore19 come programma:

IL FILO D’ORO.

Arne Naess, padre dell’ecosofia

 

documentario di Werner Weick e Andrea Andriotto prodotto per la RSI.

Durata: 55’

 

 

 

Riflessione di Werner Weick

 

nel momento attuale di grave crisi ecologica varrebbe la pena di proiettare alcuni lavori del Filo d’oro di natura ambientale. Pensavamo, per cominciare al documentario dedicato ad Arne Naess, norvegese e fondatore del movimento dell’ecologia profonda. Personaggio eccentrico e geniale, ha alternato la sua attività accademica all’alpinismo e alla passione per il pianoforte. Già membro del Circolo di Vienna e' autore di piu' di 400 opere, ha approfondito diversi ambiti filosofici, dall’epistemologia, alla psicologia, all’etica, alla metafisica, alla filosofia del linguaggio sviluppando un’originale filosofia della vita ispirata alla tradizione occidentale (Spinoza, in particolare) e orientale (Gandhi e il buddismo). Ho prodotto il documentario con Andrea nel 1996.

ALBERTO NESSI

 

sabato 19 marzo, alle ore 18:

CAMBIAMENTO DA PROGRAMMA

 

"Corona Blues" e “Minimalia”.

In areapangeart presenterò la mia raccolta “Minimalia”, che uscirà a giorni in una nuova edizione bilingue presso la casa editrice Cheyne (il traduttore è Christian Viredaz).

 

In edizione raffinata, che uscirà fra poco in Francia, tra Mulhouse e Strasbourg, e presenterò fine marzo per la Giornata della Poesia .