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Il signor Grillo e l’evoluzione della specie” testi di Gilberto Isella su incisioni di Loredana Müller, edizioni areapangeart, 2018

 

 

 

Le sedici varianti incise nascono, come afferma la stessa artista in una nota interna al libro “Il signor Grillo e l’evoluzione della specie”, testi di Gilberto Isella su incisioni di Loredana Müller, seconda uscita della collana dialogo, edizioni areapangeart, 2018, studiando da varie angolazioni un grillo mummificato trovato nel suo orto.

 

Immergendo il disegno, scaturito dall’osservazione, nella tenebrosa materia, colloidale e vischiosa, che a tratti lo ghermisce, anziché consegnarlo a un’illuminazione che ne consenta l’analisi scientifica, l’artista effettua un omaggio, come, d’altronde, la stessa Müller dichiara nella nota presente nel libro, a Rembrandt.

 

Le condizioni d’illuminazione rendono la figura sinistramente simile ad altre figure, anche umane, facendo sorgere dall’ambiguità, in cui l’individuazione della figura dovrebbe aver luogo, l’idea che la stessa evoluzione non sia affatto un concetto lineare.

 

Forse, restiamo ancorati al caos delle forme, a una comunione di elementi che non consentono una risolta cesura tra specie diverse. Forse, abbiamo in noi anche qualcosa dell’insetto o ciò che vediamo nasce da una ‘costola’ del nostro umano sentire.

 

Le incisioni ci propongono di mostrarci, appunto, questa oscillazione morfologica, la quale ci lega a un mondo non dissimile dal nostro, almeno quanto appare distante, allo stesso modo in cui l’alga Bossea orbignyana, la quale calcifica mediante le sue secrezioni come i coralli fece oscillare la sua classificazione per lungo tempo, appunto, fra corallo e alga. Essa, infatti, fu studiata da Darwin, poiché faceva saltare tutte le cesure tra il regno dell’organico e quello dell’inorganico.

 

 

 

Ancor di più che in ambito scientifico, le osservazioni in campo artistico sono determinate dalla capacità evocativa insita nei processi mentali, da un’attenzione al marginale e al latente.

 

Darwin, d’altronde, come c’insegna Bredekamp nel suo “I coralli di Darwin”, faceva costantemente uso di metafore visive  e verbali per condensare le sue idee: l’uso di linee punteggiate, insieme ai rametti, furono il mezzo grafico che egli utilizzò per la rappresentazione delle sue riflessioni. Per la prima volta, levoluzione naturale possedeva una forma visiva e, diversamente dai tradizionali modelli dellalbero della vita e dellalbero della natura,  essi non rappresentavano un progetto dato, ma un processo che si sviluppa nel tempo. Darwin privilegiò il corallo come modello, poiché questo con i suoi tronchi atrofizzati, che potevano essere considerati come fossili delle specie estinte, e le sue ramificazioni divergenti, potevano offrire una immagine più adeguata del modello ad albero di Lamark. Inoltre, la struttura del corallo corrispondeva anche alla doppia definizione darwiniana di legge e caso, le opposte forze che il naturalista inglese vedeva agire nellinfinito riprodursi di completezza e suddivisione delle forme”.

 

 

 

Il grillo mülleriano, in un’ulteriore stratificazione memoriale, assume sembianze umane anche in virtù dei racconti per l’infanzia: la nostra cultura partecipando alla percezione, trasforma la natura in artificio. La figura assume aspetti non rassicuranti, in onore ai tanti racconti onirici, da Kafka a Poe, ma rischiarati da un color bronzo fuso, pulsante, che palpita nel corpo e ce li fa sentire in procinto di effettuare la trasformazione in essere umano. Nelle incisioni vediamo, in una sorta di successione quasi filmica, il corpo antropomorfizzato del grillo, con tratti favolistici, e mai raggelato in una fissità scientifica.

 

 

 

Gilberto Isella dichiara, per parte sua, che l’universo è caotico: una sorta di delirio di Bosh aleggiando sulla linea evoluzionistica della specie, costringe le forme viventi a un “andare avanti e indietro senza regole”. Quasi una illogicità sepolta nel cuore stesso degli esseri che li rende preda dell’imbarbarimento. Isella, nei suoi luminosi versi, oscilla con una sorta di trapezio verbale tra insetti ed essere umano. Folgoranti corto-circuiti mettono in contatto elementi normalmente separati:

 

 

 

oh tubercolo pirata,

 

saga dei simulacri

 

con cui rappezzi e inàmidi

 

ciondoli di caos, tèndini

 

chiedenti carne, carni

 

invocanti scatole

 

scatole con tèndini,

 

per vibrare più tardi

 

nei crepacci dell’Evoluzione

 

se da canali abbandonati

 

rimuovi lo stolto ridacchiare

 

e cauto lo rielabori

 

in un solo pulsar lassù

 

di ramoscelli, genomi

 

strapieni di ruvidi accenti

 

balzanti con fosforo

 

in lunghissima piaga

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la piaga nelle cosce

 

la piega delle voci

 

che a mosca cieca s’inseguono

 

su diafane balestre

 

apostrofando

 

Grillotta sagittaria

 

in volo per Cape Town,

 

che mai succede oggi

 

alle tue cento antenne?”

 

 

 

oggi captano e cacciano

 

il gran caprone

 

risorto dal manuale

 

di termodinamica

 

in capo al faro,

 

sì sì, specchio del mare

 

mare dall’azzurro pelame,

 

il suo osso sacro perenne,

 

il Graal che rinfocola

 

e splende”

 

 

 

 

 

Il risultato è uno straordinario viaggio immaginativo che, se si diparte dall’osservazione artistica imparentata con quella scientifica, approda però a un universo totalmente ricreato, ove la scienza appare inglobata.

 

 

 

Rosa Pierno

 

 

Il Signor Grillo - per Loredana e Areapangeart

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Linguaggi appartenenti a sistemi segnici diversi possono solo attrarsi o respingersi, mai sovrapporsi. Diaframma – positivo o negativo – è l’intenzionalità, il fattore empatetico. Talvolta la scrittura precede la figura, altre volte avviene il contrario. Nel nostro caso è stata l’immagine ad anticipare il discorso verbale. La serie grillina di Loredana mi ha intrigato assai, tanto da divenire supporto alle mie parole, punto di avvio e quadro di riferimento. Quei suoi grilli-personaggi (così li chiama lei) posti in serie, subiscono metamorfosi, acquisendo dimensione umana attraverso progressive varianti, in certi casi minime. Ciò che mi ha colpito, in questa fusione di animale e uomo in un sol corpo, è l’elemento virtualmente mostruoso. La natura come monstrum in potenza. Cosa fare di questi insetti?

 

 

 

Associazione per associazione, ho creato un collegamento tra il grillo e l’evoluzione della specie, nel senso darwiniano. Evidentemente non ho preso alla lettera l’opera di Darwin. Al contrario mi sono divertito a stravolgerne qualche concetto vulgato, dandogli una coloritura tragica e allo stesso tempo grottesca, di sicuro non riappacificante. Qui l’eccezione fiIogenetica - il mostro - prevale sulla norma. L’uomo, per modo di dire, è complice, un collaborazionista del processo ‘oggettivo’. Basta guardarci intorno: i dottor Frankenstein e i degradatori agiscono quotidianamente, a due passi da noi. E se in causa fossimo noi stessi? Il mostro potrebbe addirittura indicare l’esito paventato della supposta evoluzione umana. Mostruosità biologiche derivanti dall’ingegneria genetica, o mostruosità etiche e comportamentali. La mia suite, in effetti, intende essere uno specchio allegorico dei nostri tempi, delle nostre condotte aberranti. In termini generali il mostro è l’imprevisto, il punto di caduta, entro un processo che siamo soliti assegnare al tempo lineare e progressivo. Personalmente sono propenso a privilegiare un tempo caotico, o almeno interstiziale. La desertificazione in vista, un semplice grido d’allarme?

 

 

 

È vero, forse ho descritto patologie dell’evoluzione anche nel tentativo di esorcizzare i mostri che si annidano in me. Impossibile negare il dato soggettivo dell’operazione. Il Kafka della Metamorfosi, che nomino in una poesia, mi ha guidato dietro le quinte: Samsa, l’inumano che si avvinghia all’umano, una sorta di bioedera-ombra, un parassita della pelle e dell’anima, micidiale alter ego. Kafka, dicevo, ma anche il grande Bosch e il Medioevo tutto, quando non a caso gli essere deformi erano chiamati grilli (da Gryllos, nel significato di “porcellino”, un personaggio preso di mira da Plinio il Vecchio). Vedi anche i gargoyles di sasso delle cattedrali gotiche; grilli e mostri che non riguardano solo il mondo umano, ma la physis, la materia planetaria o natura, e in modo profetico alludono alle catastrofi della tarda modernità. Il filosofo Paul Ricoeur si chiede: “Non è forse necessario che l’orrore faccia nascere modi nuovi, essi stessi eccessivi, iperbolici di rappresentazione?” È quello che ho tentato di fare.

 

 

 

E il povero grillo? Scrivo nella breve premessa: “Ho trasformato il canoro, delizioso insetto in una sorta di capro espiatorio dell’intera vicenda: regista diabolico, che ficca le sue antenne dappertutto” (incarnando così l’invisibile fattore scatenante responsabile della catastrofe). Il resto, va da sé, è opera della mia fantasia. Come già il fatto di aver mutato il saggio «grillo parlante» o il natalizio grillo del focolare (Dickens) in un insetto ficcanaso che osa mettere a soqquadro l’evoluzione della specie. Per chiarire il ruolo del signor Grillo occorre leggere il testo di p.7, dove l’animaletto è “tubercolo pirata”; in un altro componimento sarà un mitico “blemma”. I “canali abbandonati” accennano al cosiddetto corso regolare dell’evoluzione, ora sospeso o dismesso. Lo “stolto ridacchiare” ricorda le leopardiane “magnifiche sorti e progressive”, declinate in accezione ironica e sarcastica.

 

 

 

Vengo a qualche considerazione tecnica. I corpi di Loredana, moltiplicandosi in una serie omotetica come in certe decorazioni classiche, ampliano il campo visivo fino a lasciar intravedere un ideale corpo unitario e sovrano: l’Ipergrillo, vale a dire un immaginifico Cosmo. Mi sono venuti in mente i frattali. In realtà il frattale è un oggetto che, senza cambiare la propria forma, si ripete in scale diverse su un piano. Ispirata molto liberamente alle figure di Mandelbrot, è anche la tecnica utilizzata in parte nelle mie poesie. Per esempio quando mi riferisco alla costa frastagliata di Bretagna, alla torre-intestino, allo schema bronchiale. La torre affamata di grillabasi, a p. 33, potrebbe imporsi come una metafora burlesca dell’evoluzione, o evocare una volontà di potenza ‘degenere’, sottesa alla medesima. Quasi un fallo dispotico e senza limite, come il tubercolo o l’intestino evocato nella poesia precedente, con i suoi perturbanti golfi bionici che si ripetono nelle piccole insenature della costa bretone. C’è di mezzo l’astuzia del nostro caro, piccolo grillo? Lasciamo la risposta al lettore.

 

 

 

 

 

G i l b e r t o I s e l l a